Antologia critica

Luigi Salvatori con la forza della luce supera il tempo e la materia




Capita spesso ai critici di iniziare a parlare di un artista e poi magari ricordarne un altro. Questo può capitare proprio perché nei suoi cromosomi Luigi Salvatori mette in luce qualità di rilievo. Guardando le opere dell’artista mi sono accostato a Raffaello; anche se sono trascorsi più di cinque secoli dalla sua morte, la sua arte nel tempo riesce a suscitare grande interesse: Raffaello è l’artista e l’uomo felice tra spirito e natura. Questi stessi principi sono presenti nell’arte di Luigi Salvatori, nato sotto il cielo di Palestrina, una cittadella del VII sec. a.C. che ha il suo epicentro sul monte Ginestro e nell’antica Acropoli. L’architetto mette in cantiere la forza della sua creatività, delinea il percorso di assoluta e sublime bellezza, operando uno scenario suggestivo ricco di segni e di forme che richiamano il passato. L’artista incontra Roma, la ritrae dal Palatino che ha il suo affaccio sul Foro Romano, catturando con i suoi occhi una bellezza trasognata e inaspettata e la personalizza a suo modo, la coglie di sorpresa quando l’alba lascia la sua ultima ombra e stende dal cielo il suo manto di luce, tra silenzi eterni, assaporando la storia pregna di profumi ancora misteriosi come la storia di Roma. Appare di sorpresa il Foro con la sua fisionomia architettonica, la Basilica di Santa Maria Antiqua che per la sua bellezza viene considerata la Sistina del Medioevo, un’opera che il nostro architetto pittore ha già apprezzato e che presenta vicinanza con la sua arte. Dal suo ingegno nascono le composizioni cromatiche che delineano tutto l’arco della sua esistenza, in una ricerca continua del suo ideale artistico. L’artista nei suoi momenti creativi e contemplativi cerca come riferimento primario la luce; come tutti i grandi di ogni epoca nella sua arte traspare un continuo dialogo con la terra e il cielo, tra realtà e sogno. Luigi Salvatori con le sue opere trova nella città cosmopolita la sua ragione emotiva e riesce con armonia a concepire ogni sua opera curandone la forma e il significato. Basti guardare le opere con Maria dove il messaggio di fede evidenzia la salvezza dell’umanità con un suo cromatismo immaginifico che ritrae la Madonna in tutta la sua dimensione sacrale. Le sue Madonne sembrano delle icone russe che vengono dal passato ma vanno lette al presente e al futuro, un progetto diventato realtà in quanto la Vergine non conosce posti deputati come musei, ma la sua presenza è in tutti i luoghi della natura e in ogni tempo. E’ qui che emerge la virtù dell’artista! Il suo spirito inquieto che riesce a fermare nel tempo la storia di ieri, cercando con i suoi dipinti di lasciare un suo segno. In una delle sue tele sono rappresentate le colonne di granito del foro che sembrano trasformate come steli di fiori, facendo vivere i secoli in quelle pietre che, pur frammentate come cocci, sembrano ritornare a nuova vita. Riflettendo, penso quanto sia importante nell’artista la mente, l’anima dove nasce l’opera ma ciò che più conta sono gli occhi che guardano e poi le mani che plasmano l’opera con la loro energia e il loro movimento e danno colore, forme e bellezza in una fusione inaspettata che il ritmo del tempo fissa sulla tela. Nella sua Roma eterna l’occhio dell’artista spazia sulle tegole dei tetti delle vecchie case, ascolta i silenzi, immagina le forme, crea nuove tonalità e nuove masse, perché il colore della materia è vita, sente il singhiozzo di un nasone, il suono lontano e ovattato delle campane, le case Lungotevere dove i tetti spioventi e le finestre chiuse nella penombra giocano con i primi raggi di luce, il soffio del vento sul mare, l’agitarsi delle foglie, dei prati e degli steli dei papaveri. Su questo scenario l’artista cura i dettagli di una bellezza rivisitata senza cancellare la spiritualità e il senso popolare del luogo in una somma di aspetti inediti tenendo in equilibrio la luce che filtra nei colori del suo viaggio interiore. Nella visione d’insieme Luigi Salvatori è come un direttore d’orchestra che esegue un’opera musicale all’esterno di un teatro storico o nel mezzo di un’agorà. Salvatori può definirsi un artista completo del suo tempo, con un corredo di tutto rispetto sia che tratti i paesaggi sia che tratti la figura della Vergine Maria nel suo tratto di madre nella sua grandezza divina, con una prorompente personalità artistica dove lo spirito trionfa sulla materia.

Roma, 3 marzo 2020 - Fattino Tedeschi, critico d’arte.

Luigi Salvatori, luoghi della memoria emotiva sospesi nell’indefinitezza del tempo

A volte i frammenti di alcune immagini rimango talmente impresse nell’emotività dell’artista, suscitandogli sensazioni che continuano a vibrare a lungo, da indurlo a scegliere la narrazione dei luoghi come manifestazione predominante della propria creatività. L’artista protagonista di oggi sceglie il paesaggio per raccontare emozioni che fuoriescono dall’opera per arrivare dritte alle corde interiori dell’osservatore. Il paesaggio è stato per lungo tempo, nel corso della storia dell’arte, messo in secondo piano rispetto a soggetti religiosi o i ritratti di nobili o ancora di soggetti mitologici tipici del periodo preottocentesco, tuttavia a partire dalla metà del Diciassettesimo secolo il Realismo francese e quello inglese cominciarono a dare priorità alle riproduzioni di scorci di paesaggi che divenivano assoluti protagonisti di quelle tele. A quel primo passo verso la riscoperta dell’emotività suscitata da luoghi di incredibile impatto emotivo ma ancora legati al disegno, ai contorni definiti e alla forma come punto di partenza dell’opera d’arte, sono seguite le ribellioni dei Macchiaioli toscani, che affermavano l’importanza delle macchie di colore necessarie a definire le immagini e a generare la luminosità del risultato finale, dichiarando l’inutilità della definizione data da un disegno che, di fatto, nella realtà non esiste. Le tematiche magistralmente interpretate da artisti del calibro di Giovanni Fattori, Telemaco Signorini, Vincenzo Cabianca e Giuseppe Abbati, quelli tra gli esponenti della corrente che diedero priorità ai paesaggi tralasciando in molti dipinti la figura umana, furono poi elaborate e amplificate dall’Impressionismo che si staccò ancor più dall’eredità Realista, ancora presente nei Macchiaioli, per entrare in un mondo pittorico più indefinito, più frammentato nella composizione al punto di rendere necessario allontanarsi dalla tela per fruire in modo completo dell’immagine raccontata. Luigi Salvatori si ispira alle linee guida del movimento pittorico toscano, evidente soprattutto nelle opere meno recenti nelle quali risalta il tocco poetico e luminoso degli scorci riprodotti, per poi tendere lentamente e in modo via via più incisivo verso un Espressionismo romantico, in cui l’emozione non è gridata, non è manifestata in modo forte, impulsivo, bensì sembra essere sussurrata, appare morbida, avvolgente nei confronti delle immagini che racconta. Nel lavoro Esplosione di primavera sul mare il suo sguardo indugia sull’armonia della natura, sul mare lontano che appare come cornice del verde degli steli dei fiori, gialli e vivaci, sulla perfezione dei dettagli che compongono il dipinto e che divengono l’uno comprimario dell’altro, come se l’accento di Salvatori volesse posarsi sulla melodia completa, fatta anche del rumore delle onde e del vento tra i fiori. Questa è la sensazione che si avverte osservando l’opera, quella di essere lì, in quel paesaggio silenzioso eppure pieno di suoni lievi, gli stessi che l’artista ha sentito quando si trovava di fronte a quel luogo incantato. Anche in Rovo sotto la neve la delicatezza interiore di Salvatori, la sua profonda sensibilità, si sofferma sulla poesia dei fiocchi che si posano su un ramo, immagine semplice e tuttavia piena di armonia, di ammirazione per uno spettacolo della natura, per l’equilibrio che si svela nella sua semplicità ma che racconta e rivela il frammento di emozione che ha impresso nello scrigno interiore dell’artista. Le opere più recenti tendono invece la mano all’Espressionismo, per i loro colori quasi irreali ma nonostante questo in grado di esaltare i monumenti romani, città in cui Salvatori vive e opera, vissuti forse al mattino presto, quando il traffico ancora non è in grado di offuscarne la bellezza, la maestosità, la struggente nostalgia per un tempo passato in cui gli edifici non erano monumenti storici bensì luoghi in cui la vita scorreva, punti di incontro di antiche civiltà capaci di lasciare un profondo segno nei secoli successivi. Ecco quindi che lo stile di Salvatori si trasforma in lirica, in necessità di rendere omaggio a scorci visibili quotidianamente ma quasi trasformati dall’espressività che l’artista è capace di infondere loro, quel collocarli in un’atmosfera magica, poetica, irreale proprio per astrarli dal contesto e lasciarli sospesi tra cielo e terra, tra passato e presente, rendendo l’indefinito l’elemento coprotagonista di opere come Colosseo e Piazza Navona, nelle quali il dettaglio è messo in secondo piano rispetto all’atmosfera rarefatta che emana da quei simboli senza tempo. O nei lavori Sant’Ivo alla Sapienza e Roma dal Vittoriano in cui il grattage lievemente accennato contribuisce a regalare all’osservatore la sensazione di un passato che, nonostante i secoli trascorsi, si aggrappa al presente senza dimenticare tutto ciò che sotto i suoi occhi si è compiuto e delle trasformazioni a cui, silenziosamente, ha assistito. Il percorso artistico di Luigi Salvatori inizia presto in virtù di un’eredità genetica lasciatagli dai nonni, Marcello Salvatori e Mario Fornari entrambi pittori, che lo conduce a essere notato all’età di dodici anni e selezionato per esporre alla Galleria Nazionale Palazzo delle Esposizioni di Roma. Da quel momento in poi la sua vita è divisa tra la sua professione di architetto - si dedica alla progettazione di Chiese Nuove, di restauri, ristrutturazioni e arredi liturgici di Chiese e ambienti sacri e comunitari – e quella di artista. È Presidente dell’Associazione Cento Pittori di via Margutta, ha esposto in numerose collettive presso importanti luoghi istituzionali ricevendo molti premi ed è presente in molti cataloghi e pubblicazioni d’Arte.

Roma, gennaio 2020 - Marta Lock, critica d’arte

“Chi scrive è nato, vive e lavora a Roma, davanti al Colosseo... e a un quadro del Colosseo di Luigi Salvatori.

Dalle mie finestre, all'alba, la corona di travertino del monumento si colora del rosa che proviene dalle colline dei Castelli Romani, che in lontananza gli fanno da sfondo e cornice. In quegli istanti, il celeste e il rosso dei quadri di Salvatori diventano l'anima intuita e 'radiografata' della città di Roma: lo spirito sognante di chi vi 'viene al mondo' dal sonno della notte.Al tramonto l'emozione si ripete. Il travertino del Colosseo si colora di un rosso caldo, striato dal blù della sera che avanza. "Ultime luci al Colosseo", lo intitolerebbe Salvatori. "Osserva si fa sera..." sembrano dire all'unisono il Colosseo fuori della finestra e la sua rappresentazione nel quadro di Salvatori lì accanto. Da cittadino di antica famiglia romana, da antropologo della storia e della storia di Roma, sono grato a Luigi per avermi 'stupito' con i suoi colori difficili e coraggiosi, tenaci e singolari, che si sono imposti alla mia visione abitudinaria come filtri 'forti' e sinceri, che travalicano i 'luoghi comuni' per imporsi con 'quel che han da dire'. Sono grato all'artista per avermi 'donato' la sua visione inusuale e profonda della città che condividiamo da tanti anni. Ma l'arte di Salvatori è un 'sogno visuale' che travalica Roma, e si 'posa' - come il pensiero dell'aria verdiana del Nabucco - su valli, colline, stagni e paesaggi che non sono solo quelli della Campagna Romana, ma sono anche quelli dell'anima umana. Luigi Salvatori dunque non si limita a interpretare in modo pittorico e sentimentale quello che ritrae intorno a sè. Egli forma e colora un sentimento delicato, tra il sogno e la realtà, tra l'ideale e l'essere, che contiene le sfumature della memoria in equilibrio tra malinconia, nostalgia, oblio... e gli occhi stropicciati d'un bambino felice che si sveglia nel giorno di festa...”

Roma 14 febbraio 2010 - Giorgio Fabretti, docente di antropologia e giornalista

Il Prof. Giorgio Fabretti è nato nel 1951 da antica famiglia romana, a Roma, nell’area archeologica centrale (da una sua cantina andava a giocare nel Colosseo).

Laureato con lode alla Sapienza in Filosofia e Antropologia, ha continuato gli studi a Berkeley, Usa, con un’impostazione anglosassone che vede Storia e Archeologia come campi di un’Antropologia scientifica ed evoluzionista. Dal 1972 ha rifondato il Fruttarismo di Gandi su basi scientifiche. Per oltre 30 anni ha lavorato come antropologo e giornalista tra etnie, tradizioni e monumenti, in oltre 100 nazioni, spesso in guerra (Vietnam, Cambogia, Afganistan, ecc.). Gravemente ferito in missione (1990), si è limitato all’insegnamento universitario e alla cura dell’àvita Fondazione ‘Raffaele Fabretti’ (1618-1700, un fondatore dell’Archeologia Romana e dell’Arcadia), per un Neo Antico interdisciplinare e futuribile. E’ stato prolifico autore di radio, tv (Rai), articoli, rapporti (BI,Views,Mae,Ifad,Un), e saggi tra cui ‘Antropologia e Storia Cognitiva’ (Franco Angeli Editore, 2005), ‘Il Tempo e il tutto’, ‘Il Cronosseo’, ’La Weltanschauung’ (Gangemi Editore, 2005-7), per una cultura scientifica del Tempo e dell’Antico. Ha collaborato con Cederna e si è impegnato da sempre per la realizzazione del Parco dei Fori e dell’Appia Antica, e per la conservazione del Patrimonio Antropologico e Culturale dell’Umanità (Oms, Unesco, Fao).

Tratto da wikipedia

Luigi Salvatori e la ricerca della verità nell’arte di Simona Scaldaferri, storica dell’arte - 2013

La pittura di Luigi Salvatori è il risultato di una ricerca interiore sul senso dell’esistenza, che mira ad ampliare i suoi orizzonti oltre l’osservazione diretta del mondo, fino ad assumere un carattere di intensa spiritualità e di profonda adesione a valori universali. L’artista, animato dal desiderio di riconoscere la bellezza e la trascendenza delle cose sensibili, opera un processo di trasfigurazione della realtà a partire dalle immagini sedimentate nella memoria, che risultano così alterate sulla tela con i colori fusi e le forme evanescenti di una visione onirica. Salvatori unisce la tradizione del vedutismo a uno sguardo personale sul mondo, in grado di cogliere in maniera ampia e immediata la realtà naturale e architettonica di Roma, nella sua totale bellezza carica di storia, senza esaltazioni, ma piuttosto, con un velo di nostalgia per un passato glorioso che si teme non tornerà mai più. È proprio il coinvolgimento personale dell’artista a rendere speciale ogni luogo ritratto e l’atmosfera tersa dei cieli della Città Eterna quasi palpabile. I colori accesi, i contrasti audaci di tinte calde e fredde, costituiscono il mezzo prediletto dal pittore per esprimere la sua visione della città: non una veduta comune, riconoscibile in ogni piccolo dettaglio, ma un’immagine che ha origine nel profondo di sé, lì dove il ricordo convive con le emozioni e l’individuale si identifica con l’universale. Le rovine sembrano sciogliersi sotto il sole ardente, mentre la luce accecante attraversa e sfalda i colonnati e gli antichi monumenti. Storia e natura si uniscono in un abbraccio intenso, in cui diviene difficile distinguere dove finisce l’una e inizia l’altra. Il cielo, la terra e le creazioni generate dalla mano dell’uomo sono parti tutte ugualmente importanti di un universo incantevole, secondo una concezione universalistica strettamente connessa all’esperienza cristiana del pittore. Sin dall’inizio, infatti, l’arte sacra costituisce un aspetto fondamentale della sua attività pittorica e anche la visione del mondo subisce naturalmente l’influenza di un percorso di conversione all’amore cristiano. I profili spezzati delle figure, le macchie indefinite di colore sono il risultato di una visione confusa della realtà esterna, che appare sfocata, come accade quando la si osserva attraverso un vetro appannato. Il pittore ricopre l’immagine con il velo delle sensazioni che egli prova nell’osservare la realtà, così da restituirci un’impressione tanto sfocata quanto intima di essa. L’opera non corrisponde, dunque, a una registrazione immediata della natura effimera delle cose, quanto a una partecipazione sentita al mistero dell’esistenza. La materia cromatica si decompone e le forme si sgretolano, restituendo il senso di frammentazione e smarrimento proprio dell’uomo moderno di fronte alla realtà che lo circonda. Eppure Salvatori riesce a trasmettere un messaggio di speranza nel momento in cui ci invita ad andare oltre ciò che vediamo, per individuare la presenza del trascendente nella vita quotidiana, l’infinito immutabile ed eterno nel finito della nostra storia. Sotto il tocco del pittore, la città si risveglia e le forme si ricompongono lentamente: il generarsi dell’opera è vissuto come un momento di scoperta della meraviglia del creato, che si rinnova, di volta in volta, sotto i nostri stessi occhi. La consapevolezza del trascorrere del tempo e della caducità della vita non impedisce di godere delle meraviglie dell’universo, anzi, l’artista è colui che, prima di tutti gli altri uomini, cattura la vera bellezza nel mondo. L’arte è pura contemplazione della natura e, nello stesso tempo, manifestazione profonda dell’anima dell’uomo. Nello stile di Luigi Salvatori il realismo convive ed è superato dalla forza dell’immaginazione, dall’idea. L’opera nasce, infatti, dall’osservazione della realtà circostante, nella sua finitezza e materialità, per elevarsi tuttavia a strumento privilegiato di un’espressione libera dello spirito umano. Il pittore fa propria una concezione idealistica dell’arte come tappa nel processo dialettico di rivelazione dello spirito: essa rende possibile la comprensione piena dell’essenza perfetta e invisibile, della verità nascosta al di sotto delle apparenze esteriori e mutevoli delle cose. Sia nei dipinti dedicati alle immagini sacre, sia nei paesaggi che celebrano di riflesso l’opera divina del Creatore, Salvatori segue dunque un cammino di elevazione spirituale. Il suo è un messaggio nobile di riscoperta, attraverso l’arte, del senso dell’esistenza e dei valori positivi che guidano l’uomo nelle sue azioni e nei suoi desideri. L’artista sembra così volerci dire che la soluzione alle incertezze del presente non consiste nell’evadere in una dimensione altra, ma nel partecipare alla vita cercando di supplire, con la forza dell’immaginazione e il potere del sogno, alle paure che in noi suscita il caos e l’indefinitezza del mondo.”

“Il Desiderio dell’invisibile, sotto il colonnato del Pantheon di Luigi Salvatori rappresenta forse la summa spirituale del suo percorso artistico.

Una selva di colonne ordinate in una geometria che fa pensare alle celesti architetture di Piero della Francesca. Canne d’organo disegnate da rette verticali congiungono la terra al cielo, la Ragione allo Spirito. Dicotomia tra solidità strutturale e rarefatta trascendenza. E ancora foresta d’alberi fitta e misteriosa dove qualcosa spinge ad avventurarsi. Canto fermo di una composizione, che dal largo ordito contrappuntistico, rimanda a certe sonate di Bach. E nelle pause nembi di vento e luce. Nebbia del primo mattino, quando camminando infreddoliti nella città deserta, l’anima si perde nella contemplazione del Divino. E più lo si guarda, più si viene richiamati dall’incanto di un territorio leggendario. Il tessuto coloristico delle pietre antiche, i rossi arcaici caldi e materici delle civiltà mediterranee, lasciano intravedere uno scenario dove ci si potrebbe immergere in profondità metafisiche inaspettate. Pilastri a simbolo di una ideale civitas mistica, segnano il passo alle porte del più antico temenos dedicato a tutti gli dèi, poi chiesa cristiana dei martiri: quella che Michelangelo considerava opera degli angeli.

Dott.ssa Francesca D'ascani

Lo sguardo va dalla materia agli spazi vuoti; in quei tratti di cielo, in quel blu dall’indaco al ceruleo - splendore dell’anima - come lo definisce Rudolf Steiner , verso lo spirituale. La volontà dell’artista lascia intravedere silenziosi paesaggi tutti da scoprire, di un luogo senza tempo, dove vibrazioni di ricerca interiore risuonano e si moltiplicano in quel “desiderio dell’invisibile”.

Roma, 19 aprile 2011

Patrizio Flavio Qinzio, scrittore e giornalista

In un momento storico dove gli ….ismi sembrano ridimensionare il loro significato nella storia dell’arte, e sembrano rimanere alla ribalta solo i più turpi e deleteri per il pianeta e l’umanità – ultimi il fanatismo e terrorismo con i crimini connessi – è più difficile parlare di un artista affermato e con riconoscimenti illustri, architetto di formazione e pittore per vocazione. Uomo di grande spessore culturale e morale, abituato a produrre seguendo il grande monito Pascoliano: “esplorate il vostro petto”. E così pennello, compasso e cuore operano, nella pittura di Salvatori, secondo il modo in cui il dantesco amore “detta dentro”. Per questo e in questo la sua opera della natura e dell’attività creatrice dell’uomo, nessun tema manca nel quadro di Salvatori, ma trasfigurato alla luce della cercata, sofferta e trovata illuminazione interiore. Il risultato è una forma di pittura antica e nuovissima, un nuovo modo di dipingere che forse qualche futuro storico dell’arte chiamerà “congiuntismo”, un …ismo finalmente positivo e restauratore della compiuta realtà. Per questo ogni sua tela, dalla più piccola alla più grande, è un vicino spirituale e dona sempre un risultato e un significato. Lo suggerisce anche l’architettura inghirlandata di fiori o l’osservazione del più noto e del più antico – come un ponte o una basilica romani o il Campidoglio – fissato da un adeguato inventato balcone di fiori. Quadro o quadretto divengono così un amico, un rassicurante suggeritore dello spirito, un invito alla contemplazione per chi sappia vedere con il cuore e con la mente e non solo con gli occhi.

Roma, 1 luglio 2002

Dal settimanale Americano, “Grenville Journal”. Aprile 2006

“Salvatori Luigi, con le sue opere piene di atmosfera come se uscissero da un sogno, da un irreale immaginario…con la sua preziosa pittura rende i paesaggi romani solari incantati e spettacolari”

Da “Il Giornale” aprile 2006, Marco Cittadini giornalista

"Si distingue Luigi Salvatori, per il suo linguaggio espressivo o originale di messaggi"

Da una inserzione internet - Gilda

“Sensazioni dalla campagna 2: con i suoi colori vivi e pieni mi ha dato la sensazione di essere io stessa uno di quei profumati fiori accarezzati dal vento…senz’altro l’arte è il motore e il colore della vita”

Roma, 2005

Dott.ssa Francesca Romana Fragale

VIESTE SUL MARE, 50x100, nov 2017 Si è appena conclusa la centoseiesima edizione della mostra dei Cento Pittori di Via Margutta svolta dal 28 ottobre al primo di novembre. Insolitamente non è piovuto e il clima mite ha consentito di godere a pieno dell’atmosfera della famosa Via di Roma, che ha elargito persino, a calar del giorno, una luna ammiccante. I miei ricordi su questa strada sono più che trentennali, alcuni teneri, come quando la Parigini mi pizzicava sotto il mento, altri struggenti, per tutto quello che non c’è più. ….. “Vieste sul mare” mi ha obbligata a tornare indietro e rivederlo per la seconda volta. Al primo passaggio ho apprezzato la bellezza, i colori insoliti, la personalizzazione della tecnica dei macchiaioli. Al secondo ho notato una serie di artifici tecnici. Innanzitutto la linea dell’orizzonte doppia, quella classica a due terzi della linea mediana della tela in alto con prospettiva leonardesca, una seconda creata con l’uso di un giallo caldo e insolito. Poi la scelta del formato, 50/100, proprio per sviluppare l’orizzonte. La scelta dei colori, con particolari miscele di blu e giallo che creati in quelle tonalità sembrano fondersi e diventare complementari. L’ombra delle case ‘impressionista’, resa in blu e non in ocra o terra. La bordatura della linea dell’orizzonte con un tono di azzurro volutamente non tono su tono rispetto al cielo. Nel primissimo piano dinanzi al giallo delle ginestre ancora un diverso tono di blu che obbliga l’osservatore a spostare lo sguardo verso l’acqua del golfo, dove un fiore o una farfalla gialla catalizzano prepotentemente. Certo la tecnica non inficia l’afflato dei sentimenti espressi.

Roma, 1 novembre 2017


Fuori dal tempo, Castel Sant’Angelo 60x120 – novembre 2017 Salvatori in quest’opera, titolata “Fuori dal tempo, Castel Sant’Angelo” adopera i complementari blu e arancio con tonalità inedite: un turchese luminoso e intenso passato a corpo e un aranciato interessante, tendente alla sanguigna, sapientemente diluito, che viene utilizzato anche per delineare le ombre tono su tono. Il celeberrimo castello emblematico della storia di Roma dalla sepoltura dell’imperatore Adriano a residenza dei Papi, che ha visto secoli di vita e di morte, nel dipinto dell’autore appare sospeso in cielo.Interessante la scelta di posizionare il soggetto principale non in posizione centrale come da regola accademica ma alla sinistra della tela. Il maggiore chiarore del cielo abbraccia e definisce alberi e Angeli del Ponte, donando un deciso senso prospettico. Inconsueto trattare l’acqua del Tevere con il medesimo tono di colore utilizzato per il ponte e l’argine. Ne deriva l’effetto di esaltare il fiume, simbolo del “panta rei”, il “tutto scorre” e di conferirgli il movimento del divenire, reso anche sapientemente con tratti curvilinei più marcati. Il ponte è voluto statico. Il Castello solo rimane ‘fuori dal tempo’.

Roma, 14 novembre 2017

da Aurelium n. 5 maggio 2010

“ Luigi Salvatori …. energia, forza. Allegria, la sua arte proietta tutte queste sensazioni…”

Claudio Iorio, Presidente del Consiglio Circoscrizione IX

“Colori che irraggiano luce tra paesaggi interurbani, con tonalità di verdi, gialli che richiamano sensazioni vissute, profondità reali, ambienti incontaminati: Luigi Salvatori, un maestro che con equilibrio e tecnica seduce la forma ed esalta la sostanza del nostro ambiente.”

dicembre 1997

capitolo 2